SEMINARIO M.O.C.A. PRESSO CONFINDUSTRIA BERGAMO CON LA PARTECIPAZIONE DI ATS BERGAMO E DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ

SEMINARIO M.O.C.A. PRESSO CONFINDUSTRIA BERGAMO CON LA PARTECIPAZIONE DI ATS BERGAMO E DELL’ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ

L’intervento del Vice Presidente del Gruppo Gomma Plastica di Confindustria Bergamo, ing. Mauro La Ciacera, Direttore Generale dell’Istituto Italiano dei Plastici e Amministratore Delegato di Cesap, ha rimarcato il ruolo cruciale che le materie plastiche possono giocare nel determinare un futuro più sostenibile in varie applicazioni di larga diffusione, tra cui i MOCA. Di seguito i passi salienti.

 Le materie plastiche, grazie alla loro versatilità e vocazione all’innovazione, rappresentano la migliore soluzione nell’ambito di tecnologie innovative sostenibili in settori quali mobilità e agricoltura, efficienza energetica nelle costruzioni, conservazione degli alimenti o nel settore sanitario e medico.

Pensiamo ad esempio al settore dell’auto, ed al loro sempre più intensivo utilizzo nel metal replacement, a quello dell’edilizia, dove determinano un risparmio energetico grazie a isolanti sempre più performanti, o al packaging, dove l’adozione di imballaggi plastici consente il prolungamento della vita degli alimenti, riducendone lo spreco. Lo dimostra il fatto che nel 2017 il 39,7% della domanda totale (51,2 milioni di tonnellate) di materie plastiche trasformate in Europa, ha avuto il packaging come settore di destinazione.

Il ragionamento sull’impatto ambientale delle materie plastiche non può pertanto essere condotto, come purtroppo sta avvenendo oggi, sulla base di una spinta emozionale che dipinge la chimica, e conseguentemente la plastica, come la madre di tutti i problemi. Proprio l’aspetto emotivo è quello che pone a rischio la continuità del sistema. Prima di colpevolizzare questi materiali è necessario intervenire per modificare i comportamenti del consumatore, impedendo così che la plastica venga dispersa in malo modo, sino a causare il noto problema del marine litter. Serve un cambio culturale che può essere sintetizzato in una frase: “la plastica è troppo preziosa per essere gettata” e non è sostituibile nel medio termine, soprattutto se l’attenzione si concentra sempre sullo smaltimento e sul riciclo e mai sull’origine della filiera.

È importante comprendere inoltre che la sostenibilità, oltre che ambientale, deve essere anche economica: ogni processo va pensato in un’ottica più ampia, riflettendo anche sull’occupazione creata e sul conseguente benessere per il personale impiegato e la popolazione. Si è davvero sostenibili se si lavora per generare profitti e si investe una parte di questi in innovazione, per migliorare la qualità della vita e dell’ambiente, attraverso un efficace sfruttamento delle potenzialità di questi materiali in un modello efficiente di economia circolare.

Venendo al settore degli imballi per alimenti, autorevoli fonti scientifiche attestano che “l’importanza della produzione e della fase post-consumo del packaging sull’impatto ambientale è bassa e rappresenta dal 1% al 10% dell’impatto totale generato dalle catene alimentari.” Silvenius et al. (2014), Packaging Technology and Science, 27, 277-292.

Nel valutare l’impatto ambientale della produzione di contenitori alimentari in plastica è bene considerare, in parallelo, anche il ruolo svolto dallo spreco alimentare sulle performance ambientali, soprattutto alla luce del fatto che la produzione di alimenti richiede grandi quantità di risorse ed energia.

Gli sprechi alimentari, che in EU ammontano a 280 kg/persona ogni anno, con un 45% generato a livello domestico, comportano infatti un impatto ambientale evitabile. In quest’ottica possono risultare positivi gli investimenti volti a ridurre il food waste, anche con un aumento % dell’impatto relativo al packaging.

Se confrontiamo, ad esempio, le emissioni di anidride carbonica generate dalla produzione di 1 Kg di carnecirca 13 Kg – con quelle dovute alla produzione della vaschetta di polipropilene che lo contiene – circa 0,04 kg – scopriamo che la realtà è ben diversa dal messaggio veicolato, che tende a colpevolizzare proprio l’imballaggio. Ottimizzare le confezioni, ridurne lo spessore e il peso, consente un contenimento degli spazi, che porta ulteriori benefici anche nella catena di distribuzione.

Tra le strategie di miglioramento adottabili si può puntare sul packaging lightweighting, sulla scelta di materiali e/o tecnologie alternative (vedasi bioplastiche, materiali biodegradabili e compostabili), sul prolungamento della shelf life, sulla riprogettazione del packaging in prospettiva di fine-vita, oltre che sulla riduzione degli sprechi e sull’ottimizzazione dei processi.

La strategia su cui concordano l’EU e le Associazioni di categoria richiede l’adozione di norme armonizzate per garantire che entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica immessi sul mercato europeo possano essere riutilizzati, riciclati e non siano dispersi, rendendo realmente circolari le plastiche, anche attraverso un rilevante incremento della quantità di materiale riutilizzato o rigenerato nei nuovi prodotti in plastica.

La capacità di recupero della plastica deve aumentare e in tal senso risulta indispensabile il ricorso a tecnologie diversificate e complesse a causa della forte differenziazione di tali materiali.

Per concludere, bisogna ricordare che il tessuto industriale italiano è composto prevalentemente dalle PMI, per le quali il trasferimento tecnologico rappresenta un tema di enorme criticità, risolvibile solo attraverso un approccio sistemico, le cui tempistiche non possono essere immediate perché le tecnologie ed i materiali alternativi sono ancora ben distanti dal garantire le medesime prestazioni funzionali e di processo, oltre ai volumi richiesti dal mercato”.